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“THE CHILDHOOD OF A LEADER – L’INFANZIA DI UN CAPO” – Brady Corbet

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“UN BAMBINO DIFFICILE”

Negli ultimi mesi, abbiamo visto al cinema molte opere prime e seconde – italiane e internazionali – e alcune di queste portavano la firma di attori e attrici più o meno conosciuti. Questa settimana, è la volta diThe Childhood of a Leader – L’Infanzia di un Capo”, debutto dietro la macchina da presa del ventottenne Brady Corbet – apparso come interprete in “Melancholia” (2011), “Funny Games” (2007) e “Mysterious Skin” (2004), tra gli altri.

photo by Agatha A. Nitecka please always credit the photographerIl film – che era stato selezionato, due anni fa, alla 72° Mostra di Veneziaha vinto, proprio al festival lagunare, il Premio Orizzonti alla Miglior Regia e il Premio “Luigi de Laurentiis” alla Miglior Opera Prima. Un anno dopo, ha ottenuto anche due candidature agli Independent Film Spirit Awards: Miglior Film d’Esordio e Miglior Fotografia.

In effetti, basta già il prologo, a far intravedere il talento di questo neoregista. Partendo da un incipit denominato “Overturecaratterizzato da footage d’archivio, in bianco e nero, e musica martellantevediamo scorrere sullo schermo – in modo del tutto insolito – i crediti completi, che quasi sempre sono in coda alla pellicola. Dopo esserci fatti un’idea del notevole e simbiotico utilizzo di immagini e suoni, entriamo nella vera e propria narrazione, strutturata in tre corposi atti, più un epilogo registicamente stupefacente.

L_infanzia_di_un_capo_2_foto_di_Agatha_A._NiteckaSiamo nei dintorni di Parigi, nel 1918. In una villa di campagna, vive il piccolo Prescott, figlio di un consigliere del governo americano, che lavora alle trattative per la realizzazione di quello che diventerà il trattato di Versailles. Scontroso e irrequieto con i genitori, il bambino – preso da frequenti scatti d’ira – sviluppa le sue doti intellettuali, grazie all’aiuto di un’insegnante di francese. Il periodo dell’infanzia sarà, per chi gli sta attorno, il presagio significativo e rivelatorio sull’uomo che si preparerà a diventare.

Chiunque sia uno storico di mestiere – o un semplice appassionato della materia – saprà bene che le motivazioni – se mai ce ne fossero delle valide – alle tirannie e alle stragi compiute da figure come Adolf Hitler o Benito Mussolini risiedono tra la psiche e l’inconscio di questi personaggi e nella loro crescita e formazione personale – e familiare, in primis. E’ così che Corbet – ispirandosi a un racconto di Jean-Paul Sartre e al romanzo “Il Mago”, di John Fowlesphoto by Agatha A. Nitecka please always credit the photographerprova a immaginare la primissima fase di vita di un dittatore fittizio – con chiarissimi riferimenti a quelli esistiti realmente – raccontandola in un modo quanto mai originale – che evade dalla realtà, pur restando, al contempo, pertinentemente legato ad essa.

L’atmosfera che si respira è, a tratti, onirica e il protagonista – pur incarnando, a livello simbolico, il male che ha devastato l’Europa e il resto del mondo, in quell’epoca – appare come una creatura diabolica e soprannaturale – in un corpicino delicato e, apparentemente, angelico – di un vero e proprio horror. In questo senso, la pellicola va proprio verso questa direzione, almeno in parte. Perché Corbet tiene a ribadire – seppur in secondo luogo – il suo interesse nel voler definire precisamente il momento storico; inserendo, qua e là, delle scene in cui si concentra sugli eventi legati alla Prima Guerra Mondiale. Questi segmenti, però, sembrano fini a sé stessi e, anzi, distolgono pure l’attenzione dalla vicenda principale; rallentando lo stato di pathos e tensione che ne derivavano.

childhoood-of-a-leader-2015-002-tutorial-two-shotCome si percepisce sin dall’inizio, la dote maggiore dell’attore statunitense è, dunque, quella di creare sequenze fatte d’immagini potenti – e, come nel caso del finale, quasi disturbanti. Ma c’è da ammettere che in questo contribuisce, in buona parte, anche la colonna sonora stridente e angosciante del cantautore e compositore Scott Walker – che è così in linea con l’essenza del plot, da risultare, paradossalmente, opprimente e fastidiosa per lo spettatore. Senza dimenticare le efficaci performance di Bérénice Bejo e dell’esordiente Tom Sweet, impegnati in un rapporto madre-figlio deleterio e quasi distruttivo.

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