2017, REVIEWS

“THE PARIS OPERA” – Jean-Stéphane Bron

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RITRATTO POLIEDRICO DELL'”OPERA”

The Paris Opera” (2017), di Jean-Stéphane Bron, è il secondo evento nell’ambito delle I Wonder Stories: rassegna di documentari presentata da I Wonder Pictures, al cinema in queste settimane. Attraverso un’operazione che vuole rendere evidente l’eclettismo della distribuzione, questo documentario – fortemente calato nella realtà del teatro francesesegue al mosaico dei tredici personaggi ricostruiti da Cate Blanchett inManifesto” (2015), di Julian Rosefeldt.

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Di fatto, non c’è alcuna intenzione di fingere o ricreare qualcosa. Il film è costruito su musica, suoni e luci – che contornerebbero, naturalmente, le immagini in un ambiente teatrale – con molti dialoghi di vita comune e altrettanti silenzi sullo sfondo. Ciò è, certamente, un gran vanto e a costituirlo è l’accostamento di episodi dietro le quinte e di spezzoni di messe in scena, accomunati soltanto dall’onnipresenza di Stéphane Lissner, direttore artistico del teatro, giuntovi dopo un decennio come sovrintendente del Teatro alla Scala di Milano.

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La chiara intenzione di costruire una storia corale e di restituire la complessità della sopravvivenza e del successo di un teatro come l’Opéra di Parigi è evidente nei salti costanti da un ambiente all’altro, da un imprevisto all’altro. Quelli che nella realtà emergono, ogni volta, come problemi, in apparenza, insormontabili; trovano, invece, immediata soluzione nel documentario, in cui vengono ridotte al minimo le fasi di superamento per ciascuno degli ostacoli. Di questi, ne viene mostrata, in primo luogo, l’insorgenza; poi, un breve e fallimentare tentativo di risoluzione e, infine, la soluzione vincente, a cui si arriva dopo ben poche peripezie.

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L’Opéra emerge come un personaggio ipocrita, che si schermisce e si sforza di rivelarsi allo spettatore, in un’inesistente imperfezione. Giunti a conclusione, nulla pare in grado di affossarla: né un coro che corre, né i giochi di fumo e acqua che mettono lo scenografo in conflitto con gli artisti sul palco, né la carenza di spinta emozionale nelle note di una giovane musicista e nemmeno la frustrazione del direttore artistico verso un indeciso Benjamin Millepied. Eppure, non c’è arroganza in questa rappresentazione.

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Ciò che traspare dalla determinazione degli artisti e dei tecnici coinvolti è una nota di speranza – particolarmente centrale nella sottotrama dedicata al giovane baritono russo Micha Timoshenko. Il regista guarda con affetto al suo viaggio, alle sue incertezze, alle barriere linguistiche con cui si scontra a Parigi e, infine, alla celebrazione dopo una performance di successo.

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Lo svizzero Jean-Stéphane Bron ha alle spalle vent’anni di carriera come documentarista e sceneggiatore. Consapevolmente, perciò, sceglie di montare un documentario in cui scene della creazione del balletto, della produzione dell’opera e della preparazione dell’orchestra si alternano, lasciando allo spettatore il compito di ricavarne il filo conduttore. La stessa rilevanza è data ad ogni evento, ad ogni problema e ad ogni scena; rendendo, in questo modo, evidente la multidisciplinarietà di una realtà come quella dell’Opéra di Parigi.

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Ma tale frammentarietà si rivela, al tempo stesso, il punto debole del documentario; che sceglie di tirare le fila senza creare compattezza in ciò che ha fino a quel momento mostrato. Chi ha un forte interesse per l’argomento, sarà, sicuramente, trasportato dalla musica e dalle scene dell’Opéra; chi è, semplicemente, alla ricerca di un documentario coinvolgente, invece, potrebbe, inevitabilmente, rimanere deluso da una risoluzione che giunge senza lo scoppio di un conflitto che sarebbe dovuto essere alla base della narrazione.

 

 

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