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“LA SIGNORA DELLO ZOO DI VARSAVIA” – Niki Caro

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LO ZOO DELLA SALVEZZA

Polonia, 1939. Durante la crudele invasione nazista, lo zoo di Varsavia viene distrutto a causa dei bombardamenti. Dopo aver tentato di salvare la vita ai pochi animali superstiti, il custode Jan Zabinski e la moglie Antonina si trovano di fronte ad una missione importantissima, che li porta ad agire nella difesa del popolo ebraico, sempre più perseguitato dai tedeschi.

La Signora dello Zoo di Varsavia (The Zookeeper’s Wife)” (2017) inizia con i titoli di testa accompagnati da sequenze vagamente simili a quelle del capolavoro di Ang LeeVita di Pi” (2012), vincitore di 4 Premi Oscar. Attraverso una donna in bicicletta, ci addentriamo in un bellissimo zoo, pieno di animali di ogni specie. La vicenda che segue per l’intero film, è, però, ben diversa dall’avventura fantastica e spirituale diretta dal cineasta taiwanese.

THE ZOOKEEPER'S WIFE

L’impresa in cui si lancia Niki Caro è raccontare la Seconda Guerra Mondiale, e l’Olocausto in particolare, da un punto di vista pressoché inedito: quello di Jan Zabinski e della moglie Antonina Zabinska, che ebbero una posizione decisamente rilevante nel salvataggio di oltre 300 ebrei. L’ispirazione è arrivata dal romanzo omonimo di Diane Ackerman, che celebra la vita di un uomo e di una donna, divenuti eroi nazionali, con una narrazione costruita sulle fila dei diari stessi di Antonina – figura su cui è, principalmente, incentrata anche la pellicola.

THE ZOOKEEPER'S WIFE

Caro – perlopiù nota per “La Ragazze delle Balene” (2002) – torna a scandagliare l’animo e la psiche di un personaggio femminile in grado di sopravvivere alla violenza e all’orrore causati proprio dall’essere umano. Come aveva fatto nel suo terzo lungometraggio, “North Country – Storia di Josey” (2005), la regista e sceneggiatrice neozelandese evidenzia, anche stavolta, lo scontro tra donna e uomo, in cui l’apparente fragilità della prima rischia, inevitabilmente, di soccombere al potere dominante del secondo.

THE ZOOKEEPER'S WIFE

Antonina – interpretata da una Jessica Chastain sempre convincente, seppur penalizzata dal doppiaggio – si trova, infatti, a dover sottostare al volere di Lutz Heck, nuovo capo zoologo del Terzo Reich – con il volto di Daniel Brühl. L’apice del conflitto si concretizza in una scena di tentato abuso; che risulta, però, fastidiosa, superflua e fuori contesto rispetto alle medesime presenti nella pellicola con Charlize Theron.

THE ZOOKEEPER'S WIFE

A parte questo scivolone, il film trova la sua forza nella regia: efficace, robusta, capace di coinvolgere lo spettatore e di creare atmosfera – come nella cupa ma impressiva sequenza in cui l’aria è invasa da pulviscoli, a seguito dell’incendio nel ghetto. Il limite – se mai gliene si voglia attribuire uno – sta, invece, nella sceneggiatura di Angela Workman – già autrice del copione del malriuscitoIl Ventaglio Segreto” (2011) – che, nel suo essere classica, diventa, in alcuni tratti, convenzionale; peccando pure di un leggero sentimentalismo.

THE ZOOKEEPER'S WIFE

Anche la costruzione dei personaggi appare, in certi momenti, poco sfumata e a rischio di stereotipi, della serie “buoni o cattivi”: mentre Antonina viene dipinta quasi come una santa, Heck ha tutte le caratteristiche di un pessimo e deplorevole individuo. A passare del tutto in secondo piano è, poi, il marito Jan – interpretato dall’attore belga Johan Heldenbergh, protagonista di “Alabama Monroe – Una Storia d’Amore” (2012).

THE ZOOKEEPER'S WIFE

Pur colpevole di difetti e ingenuità perdonabili, “La Signora dello Zoo di Varsaviarimane un film genuino e appassionante; che si fa emblematico e significativo nella scena in cui una commossa (e commovente) Chastain ci ricorda chediversamente dall’uomosi può scoprire cosa c’è nel cuore di un animale, semplicemente guardandolo dritto negli occhi.

 

 

 

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