2017, REVIEWS

“DIRECTIONS – TUTTO IN UNA NOTTE A SOFIA” – Stephan Komandarev

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LA DISILLUSIONE DELLA BULGARIA CONTEMPORANEA

Nella Bulgaria messa in ginocchio dalla crisi economica, un tassista di mezza età – soverchiato dai debiti e in preda alla disperazione – si suicida con la medesima pistola con cui ha assassinato un banchiere; che, un attimo prima, gli aveva, a sua volta, rivelato la disastrosa situazione delle sue finanze.

Con uno sparo che risuona in una strada quasi deserta e la telecamera che si allontana da un taxi e dal corpo inerte di un uomo sul marciapiede, partono i titoli di testa diDirections – Tutto in una Notte a Sòfia (Directions)” (2017). E già in questo primo scenario, viene messo in luce il tipo di film che vedremo nell’ora e mezza successiva.

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Attraverso un affastellarsi di dialoghi tra cinque tassisti di Sòfia e i loro clienti, nella notte seguente al suicidio iniziale, tragedie piccole e grandi si mostrano allo spettatore; nel momento in cui si svolgono o nell’attimo in cui se ne rivelano gli effetti. Attraverso un’umanità variegata – chè è una commistione di volti e di personalitàapprendiamo che il marcio è in ogni luogo. Inizialmente, sembra essere questa l’unica morale che emerge dall’intreccio di storie descritte, o solo accennate, nelle quasi due ore trascorse tra le strade della capitale bulgara; dov’è sufficiente premere i tasti giusti perché ciascuno dia il peggio di sé.

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Un quadro della realtà di Sòfia così disincantato che risulta quasi eccessivamente crudo, giunti verso la fine della pellicola. In particolare, è dopo la scena finale dell’unica tassista donna presentataci, che si inizia ad avvertire la pesantezza del tutto – tale da far sperare che si debba attendere ancora poco per la conclusione; ma, soprattutto, tale da far dimenticare quell’unico episodio precedente, che aveva fatto ipotizzare un nuovo modo, più positivo, di affrontare le difficoltà della vita. A seguito di queste immagini, c’è lo strazio ulteriore che emerge dai piccoli gesti del tassista più anziano, contrapposti alla sua capacità di mostrarsi generoso ed empatico con chi incontra.

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L’ultimo episodio – che riporta l’attenzione sulla tragedia che ci era stata annunciata prima dei titoli di testa – riunisce tutte le distinte trame svoltesi fino a quel momento e presenta la vera morale della storia, molto più positiva di quanto si potesse immaginare; ossia che, forse, l’umanità può trovare nel dialogo una maniera di sopravvivere, senza che la violenza delle parole o dei pugni stessi debba, necessariamente, farla da padrona.

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Il regista e sceneggiatore Stephan Komandarev sceglie di descrivere la crisi vissuta dalla Bulgaria secondo un duplice punto di vista. A una visione più superficiale – rappresentata dalla successione di riprese di vetrine, che annunciano la compravendita di gioielli, e di strade grigie e vuotese ne contrappone un’altra, decisamente più profonda. Si tratta di un’analisi degli inevitabili effetti che la perdita della ricchezza ha generato su un popolo; con un realismo enfatizzato dal bassissimo numero di tagli di montaggio, in ciascuna delle sequenze di confronto tra i tassisti di Sòfia e i loro clienti.

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Una visione così disillusasecondo cui le condizioni estreme non possono che far emergere gli aspetti peggiori e più reconditi della personalità di ciascuno; in un’esemplare conferma della filosofia ipotizzata dall’innato egoismo della natura umanaè, invece, fortunatamente negata da quegli sprazzi di empatia delle ultime scene; che restituiscono un quadro decisamente più favorevole, seppur non meno realistico, della realtà stessa.

 

 

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