2018, REVIEWS

“MY GENERATION” – David Batty

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RICORDI DI UNA RIVOLUZIONE

 

My Generation” (2017), di David Batty, è il quarto appuntamento della rassegna I Wonder Stories; che contribuisce, con le proiezioni precedenti, a dare nuova vita all’arte, alla cultura e al cinema stesso, sul grande schermo. Al centro di questo documentario, c’è Sir Michael Caine, che racconta come il far parte della classe operaia della provincia inglese non gli abbia affatto impedito di essere, per la prima volta, protagonista di un film. Era il 1964 e l’attore vincitore di 2 Premi Oscar recitava in “Zulu”, di Cy Endfield, nella parte del Tenente Gonville Bromhead. Questa sequenza è l’emblema di una pellicola incentrata sulla voglia di riscatto di un’intera fetta della popolazione: quella che si era vista negata la visibilità sui media nazionali e che, mossa da orgoglio e incoscienza, aveva, poi, fatto del proprio meglio per conquistarsela.

Michael Caine

My Generationdipinge la rivoluzione culturale portata avanti da coloro che – dagli inizi degli anni Sessantasi sono infiltrati nelle case del popolo inglese tramite radio e televisione ed è anche il ritratto della generazione, dell’allora trentenne Caine, che ha sfruttato al massimo il proprio talento incompreso e ha creato un’alternativa alla realtà tradizionale così entusiasmante da suscitare in chiunque il desiderio di prendervi parte. Dal taglio di capelli geometrico alle esibizioni di Beatles, Who e Rolling Stones, dalle minigonne alla venerazione per Twiggy e Marianne Faithfull, il film si sofferma sui più significativi fenomeni di quel momento storico, lasciando spazio alle icone che l’epoca stessa stava creando. Ed è fuor di dubbio che chiunque – anche chi solo tramite questo documentario sia venuto a conoscenza dell’origine delle innovazioni di quel periodo – si accorga di avere già una qualche innata consapevolezza di ciò che si svolge sullo schermo; proprio a ragione dell’innegabile influenza che la cultura pop degli anni Sessanta ha esercitato sull’intera società occidentale.

Michael Caine

In tre brevi atti, si mettono in luce le caratteristiche della rivoluzione culturale inglese degli anni Sessanta: quella reazione all’establishment e al conformismo da parte di chi per troppo tempo ne era stato schiacciato. I suoi protagonisti ne rivelano i retroscena ed è, dunque, inevitabile che si possa percepire una tendenza a un’autocelebrazione che, seppur arrogante, non può comunque non affascinare.

WCH_MC_1.1.2, Michael Caine © Raymi Hero Productions 2017, screen grab

Un incipit abbastanza fiacco lascia spazio, in pochi minuti, a un sovrapporsi di voci, musica e immagini che rappresentano ogni incarnazione della gioventù avanguardista di quegli anni. Le personalità che ne sono protagoniste dialogano tra loro e danno l’impressione che, per qualche istante, tutti possiamo essere partecipanti dello loro particolarissima società segreta: un club in cui Marianne Faithfull si chiede, sussurrando, se sia mai stata davvero bella; Paul McCartney ci rivela della competizione con John Lennon e chiunque mostra un’esaltazione tale da instillare in noi stessi – spettatori del nuovo millennio – un’inaspettata nostalgia per un periodo che, forse, avremmo voluto vivere.

WCH_MC_1.3.1, Michael Caine © Raymi Hero Productions 2017, screen grab

Tuttavia, giunti alla fine del secondo atto, ci si inizia a domandare se tutto questo fascino sensuale non possa rischiare di tradursi in una perdita di controllo – nelle vite dei protagonisti, così come nella narrazione stessa. A quel punto, non possiamo non percepire l’involontaria conseguenza di una società fondata sull’avanguardismo e sulla ricerca del divertimento a tutti i costi: così come il documentario rimane intrappolato nel riproporre costantemente le stesse storie e le stesse memorie; la generazione, che della propria cocciutaggine e originalità aveva fatto il proprio punto di forza, si richiude su sè stessa e diventa incapace di accorgersi delle proprie mancanze. Si rivelano, dunque, le sconvenienze di una vita dedicata alla costante ricerca del nuovo e del rivoluzionario fino all’autocombustione. Allo stesso modo, i narratori si perdono nella propria autocelebrazione e abbandonano le redini della storia; convinti che l’argomento sia di per sé coinvolgente abbastanza da tenere impegnato il pubblico.

WCH_MC_1.26.2, Michael Caine © Raymi Hero Productions 2017, screen grab

Gli eventi iniziano ad essere presentati semplicemente per come si sono svolti e ci si sofferma su alcuni aspetti principali senza approfondirne alcuno. Paradossalmente, è nella sua riproposizione di schemi tradizionali il difetto diMy Generation”; documentario che, per il resto, riesce nell’intento di raccontare le più grandi icone dei sovversivi anni Sessanta.

 

 

 

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