2018, REVIEWS

“NELLE PIEGHE DEL TEMPO” – Ava DuVernay

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FREQUENZA IMPERFETTA

Tre donne misteriose conducono una ragazzina in un viaggio alla scoperta dell’universo, per ritrovare il padre scienziato – scomparso, in maniera inspiegabile, anni prima – e affrontare una minaccia grande e antica quanto l’universo stesso.

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Nelle Pieghe del Tempo (A Wrinkle in Time)” (2018) è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo, del 1963, di Madeleine L’Engle. Diretto dalla candidata all’Oscar Ava DuVernay, il film è una commistione di due trame parallele: la scoperta di mondi fantastici, da parte di tre ragazzini, e il racconto di una famiglia, nata dall’unione romantica e professionale degli scienziati Kate e Alex Murry.

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In una storia che chiede un alto livello di sospensione dell’incredulità allo spettatore, gli sceneggiatori Jennifer Lee e Jeff Stockwell hanno optato per una scelta vincente: non fiondarsi, immediatamente, negli sviluppi fantascientifici e soffermarsi, almeno in un primo momento, sulla quotidianità della giovane protagonista. Perché nella descrizione della tredicenne Meg Murry, il rapporto conflittuale con dei genitori popolari, il più comune senso di inadeguatezza tipico della pubertà e il legame strettissimo con il fratellino minore sono tanto importanti quanto la sua capacità di saltare da un pianeta all’altro, viaggiando attraverso le “pieghe del tempo”.

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Il sub-plot della ragazzina tormentata dai bulletti coetanei – che non riesce a mostrare il suo potenziale entro i confini ristretti della scuola e che risente dell’essere figlia di due genitori troppo brillantiè narrato in poche scene, rimanendo sullo sfondo; ma è, comunque, essenziale per la comprensione della storia, nel suo complesso. Dopotutto, se è fuor di dubbio che quello che stiamo vedendo sia un vero e proprio fantasy, è altrettanto evidente il desiderio di trasmettere un messaggio fortemente radicato nella realtà della vita. Gli autori sarebbero, dunque, da elogiare, per l’abilità con cui riescono a rendere tanto realistici i loro personaggi, che – con caratteri e relazioni interpersonali differentisono, forse, l’elemento più funzionale del film.

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Infatti, mentre il pubblico più giovane sarà conquistato dai colori vivaci, i personaggi fuori dal comune e la musica incalzante – che sottolinea ogni momento avventurosolo spettatore più adulto non si accontenterà, facilmente, di una trama semplificata a tal punto da essere ridotta all’osso. L’aspirazione della regista di mostrare una visione chiara di ciò che aveva immaginato, si traduce, invero, in un eccesso di effetti visivi che sovraccaricano il tutto. E, benché siano finalizzati a rendere più immediata la narrazione, essi hanno, invece, l’effetto (inverso) di palesarne tutti i difetti derivanti dalla sceneggiatura.

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Da questo punto di vista, è chiara la difficoltà riscontrata nell’adattare un romanzo breve che si affida troppo all’immaginazione dei suoi giovani lettori per la visualizzazione mentale del mondo che vi è rappresentato. In questo senso, emerge, nella pellicola, una particolare attenzione per i dettagli: una perfezione estetica che sembra ricercata in maniera quasi ossessiva e che, purtroppo, in alcuni momenti, rischia di mostrarsi come una miscellanea di ottime idee che funzionerebbero prese singolarmente; ma che, nel complesso, faticano a trovare un collante.

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Se la platea di riferimento – a cui è, dichiaratamente, rivolto il film – non sarà delusa dallo spettacolo mostrato sullo schermo, gli spettatori più maturi e smaliziati – che, normalmente, stentano a farsi trascinare da una narrazione fantasticanon saranno tanto conquistati dall’estetica; quanto, piuttosto, dalla sincerità delle emozioni che vi sono fotografate e dalla franchezza con cui la metaforica crescita della protagonista viene espletata.

 

 

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