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“DOPO LA GUERRA” – Annarita Zambrano

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L’OMBRA DEL TERRORISMO

Bologna, Estate 2002. Marco – ex-terrorista italiano, condannato per omicidio e rifugiatosi in Francia, durante il governo Mitterand – rischia l’estradizione. Per scampare al carcere, decide di scappare e portare con sé la figlia Viola – con cui inizia la ricerca di una nuova casa – mentre gli effetti delle sue scelte continuano a ripercuotersi sui familiari rimasti in Italia.

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Dopo la guerra (After the War)” (2017) è l’opera prima di Annarita Zambrano: una co-produzione franco-italiana, che ha avuto la sua prima mondiale al Festival di Cannes 2017, in Un Certain Regard. Si tratta di un dramma politico, che gioca sull’opposizione dei punti di vista.

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Da un lato c’è Marco (Giuseppe Battiston): un ex-terrorista di mezza età, che – superati gli anni della militanza – si ritrova a dover assumere, a pieno titolo, il ruolo di genitore scorbutico della figlia adolescente. Dall’altro c’è proprio lei, Viola (l’esordiente, in un lungometraggio, Charlotte Cétaire), che in lui vede solo il padre che tenta di annientare ogni afflato d’indipendenza. Attorno a loro, infine, ruotano Teresa (Elisabetta Piccolomini) e Anna (Barbora Bobulova): madre e sorella di Marco, che, dall’Italia, sopportano, ancora, le conseguenze di una guerra a cui erano sempre state contrarie.

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La storia del terrorismo italiano permea tutta la narrazione; eppure, non finisce per escludere ogni forma di astrazione dei personaggi. Se Marco è intensamente caratterizzato dal suo passato, ciò che lo qualifica è il rapporto conflittuale con la figlia e l’insofferenza dovuta a un’esistenza in cui non si riconosce e che reputa insoddisfacente.

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Bisogna, quindi, attendere un po’, prima di comprendere la giustificazione narrativa per cui si sia scelto di attribuirgli quelle esperienze. Si rivela, infatti, fondamentale lo svelamento della sua origine e del motivo per cui rischia il carcere; affinché tutto possa essere percepito attraverso una lente diversa.

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Basterebbero queste poche scene a far risultare il film soddisfacente, a far percepire in Marco un uomo che troppo ha dato alla sua causa e che – pur essendone stato consumato – rifiuta di prendere consapevolezza della propria miopia e arroganza nel giudicare il passato.

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A questo punto, tuttavia, la regista e sceneggiatrice sceglie di mostrare un altro punto di vista della medesima storia: quello della sorella della madre del protagonista, che vivono le conseguenze di ciò che è accaduto e hanno, perciò, una percezione più completa e, decisamente, meno romantica della storia di Marco. Se, in teoria, tale scelta potrebbe risultare vincente, nei fatti le sequenze ambientate in Italia indeboliscono l’opera, nel suo insieme.

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Interpretazioni, forse, troppo controllate, una fotografia quasi anonima e a una regia, fastidiosamente, intima, caratterizzano questa seconda parte, in cui la composizione delle inquadrature, i salti, rapidissimi, da una scena all’altra e la sceneggiatura essenziale poco aggiungono a un film che – fino a quel momento – era risultato quasi impeccabile; per merito delle performance carismatiche dei due protagonistiBattiston e Cétaire – che ben accompagnano l’immagine romantica e il contrastante realismo nella sceneggiatura.

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Probabilmente, l’errore consiste, proprio, nel rendere troppo comprensibile allo spettatore il personaggio di Marco, la sua piccolezza e le sue frustrazioni; che lo rendono umano e quasi perdonabile, anche a confronto con l’insofferenza di Viola e la ragionevole tolleranza di Anna e Teresa. Se pure nel terzo atto, la pellicola si risolleva e trova una sua coerenza; rimane, ai titoli di coda, l’amara impressione che l’intenzione dell’autrice non sia stata, pienamente, riuscita e realizzata.

 

 

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