2018, REVIEWS

“IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO” – Yorgos Lanthimos

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LA TERRIFICANTE LEGGE DELLA VENDETTA

Nulla sarà più come prima. La vita di Steven Murphy (Colin Farrell) – uno stimato cardiochirurgo – trascorre tranquilla e monotona tra sala operatoria – dove effettua delicati interventi a cuore aperto – e casa – luogo che divide con la bellissima moglie, nonché collega, Anna (Nicole Kidman) e i loro due figli, Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic).  Sempre più spesso, riesce anche a ritagliarsi del tempo da trascorrere con un giovane ragazzo dal carattere solitario e sopra le righe di nome Martin (Barry Keoghan), il cui legame rimane, inizialmente, sconosciuto e poco chiaro. Pian piano, la presenza del ragazzo diviene sempre più ingombrante e pericolosa nella vita di Steven.  Si avverte, costantemente, che qualcosa di sconvolgente sta per accadere.  Che segreto nasconde, quindi, questo giovane ragazzo dallo sguardo inquietante e molto poco rassicurante? Cosa ha in serbo per la famiglia Murphy? Quale nefasto presagio incombe su questa tipica famiglia americana benestante, che si ritrova, gradualmente, catapultata a vivere un incubo che non sembra avere via d’uscita e risoluzione? Forse, un’alternativa c’è; la più terribile e, a dir poco impronunciabile che possa esserci.

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Yorgos Lanthimos lascia, nuovamente, basito il suo pubblico, con il disturbanteIl Sacrificio del Cervo Sacro (The Killing of a Sacred Deer)” (2017). Uscito nelle sale italiane il 28 Giugno, il film era stato applaudito e premiato per la Miglior Sceneggiatura al 70° Festival di Cannes.  Ebbene sì, l’attesa è finita e il film non delude le aspettative di quanti auspicavano a grandi cose, dopo l’inquietante e paradossaleThe Lobster” (2015).  Al regista piace spiazzare e anche in questo caso ci riesce benissimo e segna un nuovo colpo a suo favore.

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Quanto può essere atroce la vendetta e quanto può essere salato il suo conto?  Fin dove si può spingere l’essere umano e cosa è disposto a rischiare o a commettere? A che prezzo si può salvare il salvabile? Ed esiste il limite umano del dolore e delle azioni oltre cui si può spingere un genitore? Sono questi gli interrogativi a cui Lanthimos prova a dare delle risposte; mostrandocele, sul grande schermo, in maniera cinica e crudele. Come se i protagonisti vadano incontro al loro destino senza battere ciglio, senza opporre resistenza per evitare il peggio. Steven si trova alle strette e deve prendere la decisione più difficile della sua vita; quando il passato torna, senza pietà alcuna, a bussare alla sua porta. Lanthimos ci dà la propria versione dei fatti.

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La vita di questa famiglia è, apparentemente, impeccabile: tutto quadra perfettamente, vigono le buone maniere, il senso del dovere e della responsabilità.  Ma, al tempo stesso, nonostante i colori dei fiori che innaffia quotidianamente Annafuor di metafora – la vita che conducono è asettica, grigia, priva di slanci vitali, appassionati o affettivi. Una vita non vita, quasi. Già dal titolo scelto dal regista è evidente il richiamo alla tragedia di Euripide “Ifigenia in Aulide”, una delle più crudeli della letteratura greca; che abbraccia anche richiami biblici come la scelta di Abramo e il Giudizio di Salomone.

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Ci troviamo davanti a un thriller psicologico ben costruito, che riesce a mantenere costantemente alta la tensione; nonostante i personaggi inermi, che sembrano marionette nelle mani di Lanthimos. In questo, sono complici anche le inquadrature kubrickiane e le musiche serranti e ansiogene di György Ligeti, scelte ad hoc dall’autore. A dominare la scena sono la crudeltà e la terrificante legge della vendetta – “occhio per occhio, dente per dente” – subite, tacitamente, dai protagonisti. La recitazione è di grande misura, attraverso i lunghi, intensi sguardi degli interpreti; con le loro pause, i lunghi silenzi che la fanno da padrone e celano un’apatia di vita.

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Prove attoriali, quindi, convincenti e credibili. D’altronde, come potrebbero non esserlo quelle di un’invecchiato, ma sempre affascinante Premio Oscar come Nicole Kidman o dell’efficace Colin Farrell? Anche il giovane Barry Keoghan – che avevamo visto, lo scorso anno, in “Dunkirk” (2017), di Christopher Nolandimostra di non essere da meno rispetto ai suoi rodati colleghi di set. Un plauso generale va, comunque, a tutto il cast.

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All’uscita dalla sala, rimarrà un senso d’incredulità e smarrimento nello spettatore e persino il semplice scricchiolio di una porta potrà farlo ricapitolare nello stato ansiogeno creato ad arte nel film. In tal senso, sappiate che il greco Yorgos Lanthimos non è, propriamente, adatto alle anime più sensibili. Siete avvisati.

Recensione di Marica Miozzi

 

 

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