2018, REVIEWS

“LA SETTIMA MUSA” – Jaume Balagueró

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LE INSIDIE DELL’ISPIRAZIONE POETICA

Può qualcosa di così bello come l’arte essere fonte di tanto dolore? Samuel Solomon – poeta e professore di letteratura – non lavora ormai da un anno, in seguito alla tragica morte della sua ragazza ed ha, inoltre, un incubo ricorrente, in cui una donna viene brutalmente uccisa durante un rituale. Improvvisamente, la stessa donna che gli appare in sogno viene trovata morta in strane circostanze. Sostenuto dall’amica ed ex collega Susan – appassionata del legame misterioso che c’è tra esoterismo e poesia – Samuel riesce a intrufolarsi sul luogo dell’omicidio e lì incontra Rachel, una ragazza che ha avuto il suo identico sogno. Insieme, scoprono un mondo terrificante, controllato da figure che nei secoli hanno ispirato gli artisti: le Muse.

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L’idea centrale deLa Settima Musa (Muse)” (2017) è, certamente, affascinante: evocare il lato oscuro della poesia in un elegante e sofisticato horror. Niente può essere letale come il Bello: il suo potere è immenso, seduce i cuori e le menti, ammalia e conquista. Le tenebre della Bellezza sono incarnate, in questo film, dalle sette Muse: non molto diverse da streghe che con le loro suadenti parole incantano e ispirano i poeti; per, poi, però torturarli e divenirne il tormento. Un’allegoria della sofferenza che attanaglia gli artisti, condannati alla grandezza – e alla percezione del sublime – ma anche a un dolore, spesso, inestirpabile – tipico delle anime più sensibili, proiettate verso orizzonti lontani, contrastanti a una realtà spesso spietata e deludente.

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Il regista Jaume Balagueró – famoso per la saga di “[REC]” (2007-2014) – è riuscito, finalmente, a realizzare il sogno di adattare il bestsellerLa Dama Numero Tredici” di José Carlos Somoza – uno dei moderni riformatori della letteratura fantasy e misteryCoinvolgente e ben congegnata la sequenza d’apertura del film, a cui seguono dei titoli di testa che hanno tutto l’aspetto delle sigle iniziali che aprono le serie tv. Una scelta moderna, che cattura l’attenzione e dona una sensazione di dinamismo; ponendosi, inoltre, dopo una scena fortemente drammatica e mantenendone viva la potenza emotiva, trasformata in carica, per una visione entusiastica – esattamente come insegna la serialità di oggi.

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A fronte di queste ottime premesse, bisogna, però, dire che “La Settima Musanon mantiene le sue promesse, fallendo nello sviluppare una tematica così suggestiva e d’impatto. Sarebbe stato bello comprendere la natura profonda di queste Muse, addentrarsi nei loro segreti e, soprattutto, nella loro interazione con gli artisti che ne subiscono l’influenza. Invece, la maggioranza di Esse rimangono personaggi bidimensionali, fantasmi letali che fanno la loro comparsa improvvisamente; per, poi, scomparire, al pari di donne senza una vera psicologia. Solo una di loro fa eccezione; mentre tutte le altre sono, al massimo, perturbanti.

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In particolare la Musa bambina; che manca, tuttavia, di una personalità ben tratteggiata. Non c’è nemmeno una grande attenzione nell’approfondire il legame viscerale tra le Muse e la poesiareso, di fatto, evidente solo dai versi che queste recitano e dalle ricerche bibliografiche dei protagonisti. È difficile immaginare alcune di queste Muse come esseri che ispirino la sublime arte della poesia e, inoltre, non è ben chiarita l’entità dei poteri di alcune di loro. La sceneggiatura presenta, tra l’altro, delle incongruenze: la capacità delle Muse di materializzarsi dove desiderano, viene, per esempio, a mancare quando gli è più necessaria e proprio dinanzi al pericolo più minaccioso.

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La Settima Musa” rimane, in ogni caso, un horror intrigante e affascinante; imperfetto, ma ben diretto e con molte qualità apprezzabili: dalle ambientazioni di una perturbante Irlanda alla tenebrosa colonna sonora, passando per le atmosfere gotiche e gli efficaci colpi di scena, presenti nella narrazione.

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Come protagonisti, troviamo Elliot Cowan – noto per il suo ruolo in “Da Vinci’s Demons” (2013-2015) – e la bellissima Ana Ularu – apparsa in “Inferno” (2016), di Ron Howard, e in “Una Folle Passione” (2014), di Susanne Bier. Pur non sviscerandole del tutto, il film fornisce stimoli di riflessione su tematiche interessanti e sul loro potenziale orrorifico; seducendo lo spettatore attraverso versi lirici e citazioni letterarie – dall’”Inferno” di Dante alla poesia romantica e simbolista – ma anche con apici drammatici, commoventi e inaspettati. E ogni volta che leggeremo una poesia di William Blake, John Keats o Charles Baudelaire, potremmo chiederci, per un attimo, da quale seducente Musa siano stati ispirati

Recensione di Corinne Vosa

 

 

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