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MOSTRA DI VENEZIA 2018 – DAY 4: “Suspiria”, “The Ballad of Busters Scruggs”, “Peterloo”, “Non-Fiction”

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Un horror e un dramma storico sono stati i principali protagonisti della quarta giornata della Mostra del Cinema di Venezia 2018. Prima di parlarvene, vi raccontiamo gli altri due titoli del Concorso di venerdì 31.

nonfiction
Non-Fiction

Olivier Assayas – autore di “Personal Shopper” (2016) e “Sils Maria” (2014) – è tornato per la seconda volta in Concorso al Lido – dopo la partecipazione con “Qualcosa nell’Aria” (2012), vincitore dell’Osella per la Miglior Sceneggiatura – con la commedia “Non-Fiction”. Incentrato sulle vicende legate a un editore, uno scrittore e un’attrice di Parigi, che devono confrontarsi con la rivoluzione digitale, il film è interpretato da Guillaume Canet e Juliette Binoche.

Rimanendo sempre tra gli autori contemporanei, sono scesi in campo – per la conquista del Leone d’Oro – anche i fratelli Coen, con “The Ballad of Busters Scruggs”. La pellicola – che doveva essere, inizialmente, una serie tv – è un’antologia di sei episodi che – attraverso svariati personaggi – omaggia appieno il western, con il tocco umoristico tipico dei due registi. Nei primi due, pare chiaro l’intento di realizzare una parodia del genere, allo stesso modo in cui veniva sbeffeggiato il nascente cinema hollywoodiano a colori, in “Ave, Cesare!” (2016). Il terzo cambia completamente tono, virando sull’amaro e il drammatico; mentre il quarto mette a confronto l’uomo e la natura in un paesaggio idilliaco, fotografato mirabilmente da Bruno Delbonnel. Per finire, il quinto propone un racconto romantico e il sesto – probabilmente il più intrigante – è una gotica e metaforica rappresentazione della morte, che fa pensare a Woody Allen. Distribuito da Netflix, “The Ballad of Buster Scruggs” è godibilissimo e meriterebbe di essere apprezzato sul grande schermo e non solo in streaming.

THE BALLAD OF BUSTER SCRUGGS
The Ballad of Buster Scruggs

L’evento atteso di ieri era, poi, “Suspiria” – il rifacimento dell’omonimo cult del 1977 di Dario Argento, firmato da Luca Guadagnino e interpretato dalla grande trasformista Tilda Swinton e da Dakota Johnson. Per i pochi che non lo sapessero ancora, il plot narra di una ballerina americana che inizia a frequentare un’accademia di danza portatrice di oscuri segreti. Dopo lo struggente “Chiamami Col Tuo Nome” (2017), il cineasta palermitano si è misurato con un’impresa ardua e ha realizzato un remake che, certamente, farà discutere. Le scelte registiche, fotografiche e musicali sono, perfettamente, in linea con la sua filmografia passata e il gusto per l’estetica e l’eleganza formale, che gli è sempre appartenuto, si ritrova pure in questo caso.

Dakota Johnson stars in SUSPIRIA Photo: Sandro Kopp/Amazon Studios
Suspiria

La sceneggiatura ha sfaccettature pertinenti e interessanti – a partire dall’idea di paragonare le streghe a nazisti e terroristi, come se il male del mondo fosse uno solo, senza distinzione tra reale e soprannaturale. In tal senso, è azzeccata la scelta di ambientare la storia nella Berlino del 1977. Meno riuscita e, soprattutto, maggiormente scontata è la velata e latente attrazione omosessuale tra due dei personaggi. In definitiva, la pellicola riesce nell’intento di essere disturbante e sconvolgente, ma il desiderio sadico di Guadagnino di mostrare tutto (e troppo) e di non risparmiare proprio nulla allo spettatore, finisce per renderla eccessiva e fastidiosa. E ai titoli di coda, ci si chiede se era davvero necessario.

Sempre in competizione, è arrivato Mike Leigh con “Peterloo”, la storia vera del massacro avvenuto a Manchester, nel 1819, durante una manifestazione pacifica pro-democratica. L’acclamato autore inglese – già vincitore del Leone d’Oro, con “Il Segreto di Vera Drake” (2004) – prova a ripetere l’esperimento riuscitogli con il meraviglioso “Turner” (2014), tornando a collaborare con il direttore della fotografia Dick Pope e il compositore Gary Yershon. Il risultato, però, non è altrettanto entusiasmante.

peterloo
Peterloo

Nonostante un cast corale di estremo talento e tanti riferimenti socio-politici alla contemporaneità, il film si perde in monologhi ripetitivi e ridondanti – come se ogni singolo personaggio dovesse recitare il proprio personale manifesto – e diventa prolisso e faticoso da seguire. La recitazione degli attori, inoltre, ha un’impostazione piuttosto teatrale è ciò – unito alla quasi totale mancanza di azione – appesantisce il plot e lo rende statico, privandolo della giusta catarsi. Il vero e proprio scontro delle forze armate contro il popolo, avvenuto a Peter’s Field – a cui si riferisce il titolo – è sorprendentemente breve, a confronto con la notevole durata della pellicola. L’impronta e la bravura di Leigh ci sono tutte; ma tali lacune non lo rendono una coinvolgente esperienza cinematografica, come ci aspettavamo.

 

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