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MOSTRA DI VENEZIA 2018 – DAY 5 / 6: Audiard, Schnabel, Nemes, Minervini, Trapero

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La quinta giornata della Mostra del Cinema di Venezia 2018 ha visto scendere in campo, in competizione, il secondo titolo italiano e l’ottavo lungometraggio di un noto e blasonato autore francese. In più, Fuori Concorso, è passato il dramma familiare di un cineasta argentino.

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The Sisters Brothers

Jacques Audiard ha presentato – alla presenza del protagonista John C. Reilly – “The Sisters Brothers”, un western atipico ed esistenziale, un on-the-road divertente ed emozionante al tempo stesso. Adattamento del romanzo “Arrivano i Sister”, di Patrick Dewitt, il film racconta la storia di due fratelli assassini – nell’Oregon del 1850 – che danno la caccia ad un cercatore d’oro del quale gli è stato commissionato l’omicidio. Charlie ed Eli – questi i loro nomi – intraprendono un viaggio che li porta a riscoprire sé stessi, a riflettere sulla vita e sul rapporto che li unisce.

Il plot è infuso di tutta la sensibilità di Audiard e il suo studio umano ed emotivo è presente anche nei personaggi e rende tutto fortemente reale ed empatico. Sorprende, poi, che all’azione tipica del genere – comunque, abbastanza presente – si preferiscano dialoghi e riflessioni quasi meditativi sulla società, la famiglia e l’amore. Se il personaggio di Joaquin Phoenix sembra – in apparenza – il classico pistolero a cavallo – perfettamente adatto al contesto del genere – quello di John C. Reilly – ben più centrale – si discosta abbastanza dagli stereotipi e si rivela amabile, nei suoi modi inaspettatamente amabili. Reilly – che è sempre un po’ passato inosservato – è una spanna sopra ai due amatissimi titani quali Phoenix e Jake Gyllenhaal – sempre, comunque, impeccabili – e questo ruolo potrebbe essere la sua occasione vincente.

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What You Gonna Do When the World’s on Fire?

What You Gonna Do When the World’s on Fire?” è, invece, il docu-fiction di Roberto Minervini, ambientato negli Stati Uniti e incentrato sulla manifestazione del 2017 organizzata dal gruppo delle Black Panthers, per protestare contro le uccisioni di giovani africani compiute dalla polizia. Girato in un (metaforico?) bianco e nero, il film è apprezzabile nel suo tentativo di muovere una significativa riflessione su un tema, tuttora, attuale come quello del razzismo nei confronti delle persone di colore. Tuttavia, la struttura narrativa – costruita su microstorie private, accomunate, comunque, tra loro e intervallate l’una dall’altra – è resa in modo piuttosto statico; oltre ad essere piena di dialoghi efficaci, ma – a lungo andare – ripetitivi, ridondanti e capaci, perlopiù, di allontanare lo spettatore da ciò che il regista voleva, effettivamente, trasmettere.

Tre anni dopo il Leone d’Argento per la Miglior Regia, con “Il Clan” (2015), Pablo Trapero torna al Lido, Fuori Concorso, con “The Quietude”.  Interpretato dalla star internazionale – candidata a 1 OscarBérénice Bejo e da Edgar Ramírez e Martina Gusman, la pellicola narra di due sorelle simbiotiche, che si ritrovano nella tenuta di famiglia di Buenos Aires – dopo diversi anni – a causa di un malore che ha colpito l’anziano patriarca.

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The Quietude

Non c’è bisogno di arrivare ai titoli di coda per affermare che il regista argentino abbia portato al festival il primo pessimo e insalvabile film di questa edizione. Girato e recitato con stile da soap opera e toni involontariamente comici, “The Quietude” poteva anche avere l’originale spunto di un legame lesbico – elemento frequente, quest’anno – e, perfino, incestuoso; ma Trapero preferisce svilupparlo attraverso una ridicola telenovela, con insistite sequenze a metà tra erotismo e porno soft-core. Neanche la Bejo riesce a rimediare al disastro e ci si domanda come una brava attrice come lei sia finita in un progetto così altamente scadente e fallimentare.

La giornata di ieri – che è stata la sesta e ha portato al giro di boa – ci ha regalato, invece, due dei titoli migliori visti finora.

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Sunset

Il László Nemes che aveva firmato “Il Figlio di Saul” (2015) – Premio Oscar per il Miglior Film Straniero, nel 2016 – ha debuttato al festival lagunare con “Sunset”. Filmata in un 35mm lucente e volutamente sgranato, l’opera seconda del cineasta ungherese segue una giovane donna alla ricerca del suo passato familiare, nella Budapest degli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale. Ci troviamo davanti a una pellicola magistrale, che tiene incollati alla poltrona dall’inizio alla fine. Nemes utilizza la stessa tecnica registica del suo primo film – ma con maggior consapevolezza e potenza – e firma uno script pieno di mistero ed enigmi, dettagliatamente disseminato d’innumerevoli indizi. In un’atmosfera a tratti onirica e offuscata, l’autore conduce l’eccellente protagonista Juli Jakab nei labirintici meandri di una Budapest tumultuosa, oscura, intrisa di simboli e fumante di rivoluzione. Alla fine, il puzzle sembra ricomporsi o, forse, Nemes sceglie, volutamente, di lasciare qualche tassello scoperto, in modo da dare allo spettatore più di una possibile interpretazione.

Infine, abbiamo visto l’atteso “At Eternity’s Gate”: il quinto lungometraggio di fiction del nominato a 1 Oscar Julian Schnabel, sugli ultimi anni di vita di Vincent Van Gogh. Si tratta di un film incredibilmente lirico e struggente, che è un espletamento dell’atto di creazione artistica e della fitta connessione che c’è tra la natura e la gran parte delle opere da lui partorite. Dal canto suo, Schnabel – che ha, anche lui, una carriera nell’arte visiva – fluttua tra la mente e i dipinti del pittore olandese, trascinando lo spettatore in un poetico ed estetizzante flusso di coscienza.

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At Eternity’s Gate

Impreziosita anche da riferimenti biblici, la pellicola alterna momenti puramente biografici – in cui Van Gogh viene schernito dalla gente, ad accezione del fratello Theo e dell’amico fidato Paul Gauguin – ad altri introspettivi, contemplativi e spirituali – che mostrano l’estasi e la meraviglia provata dal pittore nell’osservare e dipingere un tramonto all’orizzonte; come anche il suo forte legame con la fede. Pregna di colori caldi e vividi – come il verde degli alberi, l’azzurro del cielo e il giallo oro del girasole – la fotografia di Benoît Delhomme meriterebbe la candidatura ai prossimi Academy Awards; così come lo straordinario, sofferto e tormentato Willem Dafoe – seriamente papabile per la Coppa Volpi Maschile.

 

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