2018, REVIEWS

DIREZIONE LOS SUENOS: “L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE”, di Terry Gilliam

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Lo abbiamo atteso per quasi 30 anni e, finalmente, è approdato nelle sale. “L’Uomo che Uccise Don Chisciotte (The Man Who Killed Don Quixote)” (2018) – liberamente ispirato all’opera letteraria di Cervantes, “Don Chisciotte della Mancia” – è stato uno dei progetti più importanti e, allo stesso tempo, laboriosi della carriera di Terry Gilliam, come lui stesso ha dichiarato: “Quando ho letto il libro per la prima volta, nel 1989, pensavo che sarebbe stato impossibile farne un film. L’idea originale – che si è, poi, trasformata in ciò che vedrete sul grande schermo – era di realizzare una storia sugli ultimi fuochi di un vecchio uomo. Mi sono incaponito con questo progetto, nonostante tutti mi suggerissero di abbandonarlo. Io, però, credo nelle cose irragionevoli, non in quelle ragionevoli”.

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Incentrata su un cinico regista pubblicitario che si trova coinvolto nelle bizzarre fantasticherie di un anziano calzolaio convinto di essere Don Chisciotte, la pellicola è un nostalgico e quasi commovente inno al potere dei sogni e dell’immaginazione, in cui Gilliam mette, costantemente, a confronto realtà e fantasia, confondendole l’una con l’altra. “Credo che molti lungometraggi siano concentrati solo sulla fantasia, senza alcun contatto con la realtà. Ciò che m’interessava, invece, era lo scontro tra questi due mondi, dove il primo era rappresentato da Chisciotte e il secondo da Sancho Panza”, ha affermato l’autore candidato a 1 Oscar per “Brazil” (1985).

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Ma il film è anche un prodotto metacinematografico e una satira abbastanza feroce sull’ambiente dello spettacolo e della Settima Arte, rappresentato come un panorama avido, frequentato da soggetti che mirano solo al denaro, al potere e al successo. Da un lato, quindi, c’è l’uomo che si crede Chisciotte – a simboleggiare l’universo magico dell’irrazionale – e dall’altro – a remargli contro – vediamo personaggi dello star-system che vogliono solo farsi beffa di lui.

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In tal senso, Gilliam ha ammesso: “Volevamo capire il modo in cui girare un film può avere delle ripercussioni sulle persone che vi partecipano e far vedere la differenza tra uomini innocenti e gente che si è lasciata corrompere per la fama. Il protagonista vende il suo talento per il denaro e – come molti cineasti – non si rende conto degli effetti innescati nelle persone comuni che si accostano alla recitazione e vengono, poi, esposte alla popolarità – come accade, nel plot, al calzolaio e ad Angelica”.

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A vestire i panni dei due personaggi principali, troviamo un convincente Adam Driver e un memorabile Jonathan Pryce, che duettano brillantemente, in ottima chimica tra loro. A proposito dei casting e degli attori che avrebbero dovuto essere, inizialmente, coinvolti nella pellicola, il visionario regista statunitense ha affermato: “Questa versione finale è stata realizzata con la metà del budget rispetto a quando erano stati ingaggiati Johnny Depp e il compianto Jean Rochefort. Ci sono stati molti meno soldi, ma più concentrazione e un miglior risultato finale. Per ben 15 anni, Jonathan Pryce insisteva per interpretare il ruolo di Don Chisciotte. Dopo averlo scelto, posso dire che la sua performance è stata sorprendente; come se in essa avesse inglobato tutti i personaggi della carriera shakespeariana. Adam Driver, invece, l’ho incontrato a Londra e l’ho scritturato perché mi piaceva ed era diverso dal personaggio immaginato. Ho pensato che potesse essere un’ottima scelta, anche a confronto con quella iniziale. Lui non sembra una star del cinema; ci siamo subito intesi e ha, così, avuto la parte”.

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Dopo la parentesi di fantascienza distopica, con “The Zero Theorem” (2013), Gilliam ha ritrovato, in questo film, tutta la forza della sua filmografia fantasy – grottesca, carnevalesca e, a tratti, circense – miscelata con il folklore spagnolo – a metà tra sacro e profano.

 

 

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