2018, REVIEWS

PIRATA DI GUERRA: “A PRIVATE WAR”, di Matthew Heineman

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Marie Colvin – giornalista del settimanale britannico The Sunday Times, dal 1985 al 2012 – è stata una delle corrispondenti di guerra più famose e celebrate dei nostri tempi. Il suo spirito impavido e ribelle l’ha portata a prender parte, in prima linea, ai conflitti bellici in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria; con l’intento di dar voce ai civili che vivono in una costante carneficina e a contatto quotidiano con la morte.

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Una pirata tra i mari di sabbia. Si potrebbe definire così, in modo immaginativo, la giornalista britannica Marie Colvin, che perse un occhio durante un reportage di guerra nello Sri Lanka e fu costretta a indossare la tipica benda nera dei contrabbandieri degli oceani per il resto della vita. “A Private War” (2018), di Matthew Heineman, è la sua mirabile biografia, basata su un articolo di Vanity Fair – firmato da Marie Brenner – e adattata da Arash Amel.

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A vestire i panni di una donna tanto temprata e determinata da risultare eroica, è Rosamund Pike. L’attrice candidata a 1 Oscar – per “L’Amore Bugiardo – Gone Girl” (2014), di David Fincher – ci regala la sua più vigorosa e complessa interpretazione, impreziosita da un rilevante esercizio vocale – apprezzabile solo nella versione originale, non doppiata – volto a raggiungere una verosimiglianza con il timbro di voce della vera reporter. Al suo fianco, tra i comprimari, spicca il Christian Grey di “Cinquanta Sfumature di Grigio” (2015), Jamie Dornan; che offre, sorprendentemente, una buona performance nel ruolo del fotografo Paul Conroy, assunto da Colvin.

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Pur concentrandosi sugli eventi personali della protagonista e sugli incubi che la tormentano – dovuti alle visioni scioccanti di morte e violenza e rappresentati con efficacissimi e serrati flashback – il film è soprattutto, e inevitabilmente, una lucida fotografia dei conflitti armati che imperversano in tutto il Medio Oriente da alcuni decenni e non è un caso, forse, che a raccontarceli per immagini sia proprio questo giovane regista statunitense. Heineman ha, infatti, alle spalle una carriera da documentarista, le cui opere più note sono incentrate, rispettivamente, sul terrorismo islamico – “La Città dei Fantasmi” (2017), candidato al BAFTA Award – e sui cartelli della droga messicani – “Cartel Land” (2015), nominato all’Oscar.

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Anche in questo debutto nel cinema di finzione, possiamo riscontrare un tale background: basta vedere il realismo e la crudezza notevoli con cui affronta la carneficina a cui assiste Colvin, rendendo alcune sequenze davvero empatiche e strazianti. Due scene, in particolare, hanno veridicità e intensità tali da smuovere qualcosa dentro lo spettatore, costretto a farsi delle domande: la prima, in cui dei cadaveri di alcuni uomini vengono rinvenuti dal suolo desertico, mentre una serie di donne assistono disperate all’accadimento; la seconda, nell’ultima parte, dove un padre piange la morte del piccolo figlio e chiede al proprio Dio il motivo di una così atroce tragedia.

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Tutto ciò non può non far pensare ai costi della belligeranza e ai milioni di civili – le cui esistenze vengono stroncate in un batter di ciglia. In tal senso, mentre Colvin chiede a sé stessa se attraverso la sua battaglia per la verità si possano aiutare le persone che non hanno voce – smuovendo l’opinione pubblica – Heineman sembra voler sensibilizzare il pubblico e scuoterlo, emotivamente e intellettualmente.

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A Private War” va, dunque, oltre il semplice obiettivo di un comune biopic – che si pone, perlopiù, l’intento di narrare le vicende pubbliche e private di un personaggio realmente esistito – e si trasforma in un war movie dalle sfumature meditative, molto vicino – per il tema trattato e per l’eccellente riuscita – a “Zero Dark Thirty” (2012), di Kathryn Bigelow.

 

 

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