2018, REVIEWS

GENIO, LUSSURIA E SREGOLATEZZA: “COLETTE”, di Wash Westmoreland

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Nata e cresciuta in un piccolo paese della campagna francese, Sidonie-Gabrielle Colette si ritrova catapultata nei salotti intellettuali della Parigi del XIX Secolo, dopo il matrimonio con Henry Gauthier-Villars – un famoso imprenditore letterario, noto come Willy. Fortemente spinta dal marito, Colette rimette mano ad alcuni scritti scolastici e, basandosi su essi, partorisce una serie di romanzi sulla libertà femminile; che vengono, però, firmati, con la sua approvazione, dall’uomo che ha sposato.

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Dopo il passaggio a varie rassegne internazionali – quali Sundance e Toronto – e la presentazione, recentissima, al Torino Film Festival, arriva in sala “Colette” (2018), biopic sull’omonima scrittrice francese Sidonie-Gabrielle Colette, diretto dal co-autore di “Still Alice” (2014), Wash Westmoreland e scritto dallo stesso insieme a Rebecca Lenkiewicz – vincitrice di 1 European Film Award per “Ida” (2013) – e al compianto Richard Glatzer – a cui l’opera è dedicata.

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Tra i vari pregi del film, c’è, sicuramente, la notevole capacità di fotografare in maniera lucidissima – per scrittura e immagini – il fermento della Belle Époque e tutte le rivoluzioni artistiche, culturali e sociali che si sono susseguite tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. Ciò a cui assistiamo è, difatti, una sorta di parata circense dove nuove forme d’arte prendono vita; tra pantomimi, ginnasti, ballerini, attori e fenomeni da baraccone che animano la frizzante mondanità parigina. In tal senso, vi sono accenni sugli albori della Settima Arte e su noti personaggi di contorno – realmente esistiti, ma che non compaiono mai sullo schermo – come l’attrice teatrale e cinematografica Sarah Bernhardt. Pensando, poi, all’ottimo comparto di costumi e scenografie – ricreati, rispettivamente, da Andrea Flesch e Michael Carlin – salta subito all’occhio l’impressiva e barocca sequenza in cui, in uno spettacolo teatrale, la protagonista emerge da un faraonico sarcofago, vestita come una regina egizia.

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Al di là di questi aspetti, il plot si concentra, principalmente, sulla prima fase della carriera professionale della romanziera più famosa della letteratura francese – come viene sottolineato anche nei titoli di coda. Partendo dalla vita matrimoniale – fatta di tradimenti e trasgressioni sessuali – tra lei e il marito Willy, gli autori analizzano la loro relazione quanto mai anticonformista – lui si diverte con delle prostitute, mentre lei trova piacere con altre donne – che si riflette, proporzionalmente, con una maggiore apertura mentale di una società dove aumenta la spregiudicatezza e vengono sempre meno le regole e le formalità.

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In questa pellicola, vengono, però, affrontati anche temi scottanti per l’epoca come l’identità di genere e l’orientamento sessuale – dei quali Colette si fa paladina, nella seconda parte. La scrittrice, infatti, s’infatua, prima, di una giovane ragazza dalle aperte vedute sessuali – che crea uno scorretto, pruriginoso e pure divertente ménage à trois, includendo il marito – e, successivamente, di una donna che indossa abiti da uomo e si fa chiamare con appellativi maschili. Se alcuni non approvano – infuriandosi durante un bacio saffico in pubblico – gli altri non temono tali diversità.

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La candidata a 2 Oscar Keira Knightley – che evita, finalmente, le smorfie e torna ad essere, di nuovo convincente, come ai (bei) tempi di “Orgoglio e Pregiudizio” (2005) ed “Espiazione” (2007) – calza a pennello il ruolo di Gabrielle – sia per l’androginia fisica che per la performance attoriale in sé e per sé – e fa sua la scena – soprattutto in una scena esemplare in cui rivendica la sua totale libertà di donna e di vera creatrice delle opere firmate dal marito. Al suo fianco – nei panni di un coniuge dominante, sessualmente promiscuo e ghiotto di donne e belle vie – c’è l’affascinante ed efficacissimo nominato a 2 Golden Globes, Dominic West.

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Colette” – più di ogni altra cosa, manifesto di emancipazione femminile ed espletamento dalla capacità di emergere delle donne, professionalmente, non e al di là di un possibile uomo pigmalione – sceglie la strada dell’affresco d’epoca per mano di una storia personale; senza drammatizzare troppo, ma cedendo, invece, il passo a una sagace ironia, in alcuni momenti. Se si volessero affibbiargli delle pecche di poco peso, si potrebbe disapprovare un approccio non propriamente originale – nella narrazione e nella messa in scena – e un bel finale celebrativo che è, però, tirato via in maniera troppo frettolosa. Ma sia ben chiaro: per gli inguaribili amanti dei costume drama – che abbiano o no Keira Knightley protagonista –Coletteè un must.

 

 

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