2018, REVIEWS

SCOPA-FRATELLI E AMMAZZA-SORELLE: “UN PICCOLO FAVORE”, di Paul Feig

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Stephanie (Anna Kendrick) ed Emily (Blake Lively) sono due amiche con rispettivi figli – compagni di classe – che vivono in modo completamente diverso la quotidianità: la prima è una vlogger e una mamma amorevole, mentre la seconda lavora per una casa di moda e ha una vita privata molto misteriosa. Un giorno, all’improvviso, Emily scompare, dopo aver chiesto a Stephanie di passare a prendere il suo bambino a scuola…

 

Nicky: “Mamma, lasciami giocare!

Emily: “Tesoro, ti ho fatto giocare talmente tanto da lasciarti lacerare la mia vagina per riuscirne a uscire.

 

Tratto dal romanzo omonimo di Darcey Bell e adattato per il grande schermo da Jessica Sharzer, “Un Piccolo Favore (A Simple Favor)” (2018) è l’ottavo lungometraggio del regista de “Le Amiche della Sposa” (2011) e “Corpi da Reato” (2013), Paul Feig.

Nonostante gli autori – del film e del testo letterario – dicano di non essersi ispirati a “L’Amore Bugiardo – Gone Girl” (2014) – mystery thriller di David Fincher, tratto dal best-seller di Gillian Flynn – la pellicola deve molto all’opera del regista statunitense, della quale sembra essere una variante stilosa; pensata, appositamente, per il pubblico femminile. Un po’ come accadeva ne “Il Diavolo Veste Prada” (2006) – un punto di riferimento cinematografico, in tal senso – la confezione è super-glamour: dagli abiti chick indossati dalle protagoniste ai loft iper-stilizzati in cui esse abitano.

C’è, però, anche un’attinenza con la filmografia hitchcockiana; palesata sin dai teaser poster internazionali, che sono un chiaro omaggio alle locandine di Saul Bass – designer dei manifesti di alcuni lungometraggi di Alfred Hitchcock, tra gli altri. Sin dalla scena d’apertura, è ben evidente la rilevanza dei social media. Oltre ad aprire e chiudere la pellicola, essi vengono, infatti, inseriti come punto focale e innovativo dalla narrazione; a partire dal termine vlogger – ovvero video-blogger – che fa capolino sul grande schermo. 

Il concetto principale presentato dal plot sentenzia che tutte le amicizie femminili hanno sempre un fondo di competizione e che ogni donna può, sorprendentemente, rivelarsi bugiarda e pericolosa. Potete, dunque, fidarvi della vostra migliore amica? Questo è il più importante interrogativo posto da Feig e Sharzer. In realtà, il film – che ha un sapore moderno e vintage, al tempo stesso – diventa, poi, una faida triangolare, in cui le due protagoniste si scoprono tanto più simili di quanto potessero immaginare. La verità è che, forse, ogni donna dovrebbe avere in sé un po’ di Stephanie e qualcosa di Emily: il mix perfetto tra l’amorevole dolcezza della prima e l’elegante sensualità della seconda

Ma, badate bene, tutti hanno qualcosa da nascondere, chiunque ha dei segreti, ogni persona(ggio) mente e tira acqua al proprio mulino; un po’ come neLa Fiera della Vanità, di William Makepeace Thackeray – che viene citato, esplicitamente, in un dialogo. Lo script medita, inoltre, sul furto d’identità – e su ciò che accade quando ci si ritrova a prendere il posto di qualcuno che conosciamo e a vivere, di punto in bianco, la sua stessa vita – e tira fuori un elemento funesto che rimanda a “Shining” (1980), di Stanley Kubrick

A dare volto all’ingenua e premurosa Stephanie – che vincerebbe, facilmente, il titolo di “mamma perfetta” – è un’ottima Anna Kendrick; affiancata da una stupefacente Blake Lively – nei panni di Emily – che troviamo, finalmente, in un ruolo capace di darle risalto anche come interprete. Ma non è un caso, visto che il suo personaggio è una femme fatale dagli abiti di classe e il portamento da diva, come si vede nella sua prima apparizione – quando arriva a scuola con un outfit da sgranare gli occhi e una camminata (ripresa in slow-motion) in grado di stendere il più impassibile degli uomini – e nel finale – dove appare con un look Anni ’60, uno stupendo abito floreale e delle scarpe celeste glitter

Gli uomini, vengono, invece, rappresentati al pari di fantocci muscolosicapaci solo di passare da un fiore oppiaceo all’altro, finendo per diventare dipendenti da alcuni di essi – e ne escono, alla fine, come vittime. Henry Golding – funzionale nei panni di Sean, marito di Emily – è, difatti, un insipido belloccio senza carattere e nulla più. L’unica eccezione sul fronte maschile è segnalata dal capo di Emily, uno stilista omosessuale – che pare anch’esso uscito dalla commedia cult di David Frankel, con Meryl Streep – paurosamente, attento al dettaglio e ricalcato sulla figura di Tom Ford – menzionato anche in una battuta. A seguire il rapporto sempre più intrinseco tra i tre personaggi principali – al pari di veri spettatori – troviamo, infine, i genitori un po’ sfigati e invidiosi degli altri bambini della scuola. Uno di loro avrà pure il suo momento di gloria nel twist finale del terzo atto – in cui i colpi di scena si susseguono a raffica. 

Con “Un Piccolo Favore”, Paul Feig realizza il suo prodotto migliore dai tempi dell’esilarante e calibratissimoSpy” (2015), con Melissa McCarthy, e riesce a mantenere sempre bilanciata la fusione tra comicità e tensione – così come il continuo alternarsi di risate e (leggerissimi) salti sulla poltronaregalandoci un’opera d’intrattenimento, impagabilmente intelligente

 

 

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