2018, REVIEWS

GUERRA DI PASSIONE: “COLD WAR”, di Pawel Pawlikowski

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Una storia d’amore impossibile e intermittente – tra un musicista e una giovane cantante – ambientata in Europa dell’Est, Yugoslavia e Parigi, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.

C’è un evidente omaggio al cinema italiano inCold War” (2018), sesto lungometraggio di Pawel Pawlikowski – vincitore per la Miglior Regia al Festival di Cannes 2018 e candidato per la Polonia agli Oscar 2019 – ispirato e dedicato alla vita dei suoi genitori. 

Il cineasta polacco dirige un melodramma che guarda, direttamente, a Michelangelo Antonioni e aL’Eclisse” (1962), sia dal punto di vista contenutistico, per certi aspetti; ma, soprattutto, da quello formale. La citazione palese è proprio il nome del locale in cui si esibiscono i due efficaci protagonisti, Joanna Kulig e Tomasz Kot – che ricordano, per fisionomia e aspetto, Monica Vitti e Alain Delon – e anche la scelta di utilizzare il bianco e nero non pare, poi, così casuale

La regia e, soprattutto, la fotografia immacolata – seppur, leggermente, patinatasono i pregi maggiori di un film che inserisce la tradizione artistica polacca in mezzo allo struggimento del cuore di due amanti clandestini. La musica è un elemento fortemente presente e la sua evoluzione negli anni va di pari passo a quella della relazione sentimentale tra Zula e Wiktor.

I bellissimi canti popolari slavi della prima parte, vengono, successivamente, strumentalizzati, affinché diventino uno strumento di propaganda politica nelle mani del governo staliniano. Ad essi, si sostituiscono, poi, sofisticate melodie jazz tra George Gershwin e Cole Porter, nel momento in cui avviene il trasferimento a Parigi. Allo stesso tempo, il plot affronta anche il tema dello sradicamento dalle proprie origini geografiche e culturali – una delle ragioni che scatena incomprensioni tra i due personaggi.

Le dinamiche innescate, vengono, tuttavia, malamente gestite da un copione che, andando avanti, si fa sempre più contraddittorio. Nel terzo atto, vi sono sterzate narrative eccessivamente frettolose e ben poco motivate; che finiscono per frenare sempre più l’empatia e il coinvolgimento dello spettatore. Alcuni aspetti della storia rimangono poco approfonditi – probabilmente, anche per la durata ridotta – e, alla fine – mentre l’autore è deciso a chiudere tutto sbrigativamente, senza sapere bene comela pellicola perde le sue peculiarità iniziali. Al di là dei vasti lassi temporali – o buchi di sceneggiatura – tra un capitolo e l’altro, il peggio arriva con il finaleche, da un lato, gioca con la metafora visiva, mettendo a fuoco un soffio di vento sull’erba, e, dall’altro, s’inserisce tra i più banali e ingiustificabili epiloghi possibili del genere sentimentale.

In definitiva, sembra che il regista – già vincitore dell’Oscar per il Miglior Film Straniero, con “Ida” (2013) – sia più interessato ad emulare modelli di storie e personaggi già (ri)conosciuti; senza riuscire a renderne appieno le emozioni né, tantomeno, a restituirle del tutto al suo pubblico. Zula e Wiktor – che, al pari del più classico amour fou, litigano, s’ingelosiscono, si lasciano per poi riprendersi – appaiono come figure estetizzate ed estetizzanti nella propria immagine; ma la loro anima – il cui involucro rimane sin troppo vicino ai fantasmi di Antonioni – resta vittima di stereotipi – musicista tormentato e geloso, lui; mina vagante dal carattere indomabile, lei.

Cold Warsi classifica, dunque, come un’opera visivamente conturbante e tecnicamente ineccepibile; ma non completamente riuscita, a causa della sua inabile artificiosità

 

 

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