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REQUIEM FOR THE DRUG ADDICTS: “BEAUTIFUL BOY”, di Felix van Groeningen

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Ci sono film che ti sconvolgono e ti spezzano il cuore; rimanendoti, incredibilmente, dentro. “Beautiful Boy” (2018), di Felix van Groeningen, è uno di questi. Ispirato dai libri di David e Nic Sheff – dai rispettivi titoli “Beautiful Boy” e “Tweak” – e presentato, un anno fa, al Toronto Film Festival e alla Festa del Cinema di Roma, il sesto lungometraggio dell’autore di “Alabama Monroe – Una Storia d’Amore” (2012) – candidato all’Oscar, come Miglior Film Straniero, nel 2014 – è un sublime pugno nello stomaco e un requiem sulla droga e coloro che ne sono vittime. Lo scorso Natale, avevamo già apprezzato, in sala, un’altra pellicola dalla stessa tematica – “Ben is Back” (2018), di Peter Hedges – ma, stavolta, abbiamo davanti un prodotto qualitativamente più elevato.

Cosa gli sta facendo la droga e come posso aiutarlo?”, si domanda il giornalista David, pensando al figlio diciottenne Nic. Lui – studente modello, amante della letteratura, del teatro e dell’arte, in generale – ha cominciato a fare uso di sostanze stupefacenti appena a 12 anni e, dal proprio punto di vista, dichiara, invece, che – proprio grazie alla metamfetamina – “Il mondo è, improvvisamente, passato dal bianco e nero al Technicolor”. Il film è tutto giocato sulla loro intensissima e quasi simbiotica relazione; con una complicità tanto grande e consolidata, da spingere il padre a provare la medesima droga del figlio – dopo aver abusato, anche lui, di narcotici, da ragazzo – pur di vivere le sue stesse sensazioni, sentirlo vicino e comprendere, pienamente, come lui possa stare in quei momenti.

Beautiful Boy” prende il titolo dalla nota e omonima canzone di John Lennon; la quale, non viene solo citata nelle due opere letterarie originarie e cantata, come ninna nanna, da David a un Nic ancora bambino, ma ha pure un significato importante per il vero David Sheff; che ha intervistato, agli albori della propria carriera, il monumentale cantautore e artista dei The Beatles. Ma questa è solo una delle tante citazioni musicali e letterarie della pellicola: si va, difatti, da “Belli e Dannati” di Fitzgerald – uno dei vari “scrittori seriamente depressi” idolatrati da Nic – a Charles Bukowski – omaggiato con la poesia “Let It Enfold You“, recitata da Timothée Chalamet in una sequenza e nei titoli di coda – passando per un brano (“Svefn-g-englar“) degli Sigur Rós – ottimamente inserito in una scena in cui Nic si trova sotto assuefazione.

Il cineasta belga non si priva, poi, di scene forti – dalla prima siringa con la quale Nic inizia a bucarsi al momento in cui lo troviamo a farlo con la fidanzata, in una scena triste e commovente che porta ad un sofferto rapporto sessuale – e, allo stesso tempo, non teme, per nulla, il pericolo di rendere la sua opera alquanto disturbante per lo spettatore; scegliendo una messa in scena viscerale e straziante, ma sempre veritiera e coraggiosa.

Lo script firmato da van Groeningen con Luke Davies – sceneggiatore australiano, candidato all’Oscar per la trasposizione di “Lion – La Strada Verso Casa” (2016) e anch’esso con un passato di tossicodipendenza – mette in luce sia l’affetto contrastato ma incrollabile tra David e Nic – utilizzando continui flashback tra passato e presente e seguendo linee narrative parallele che alternano i loro punti di vista – e anche quanto la dipendenza da queste sostanze sia una vero e proprio mostro sociale per i giovani statunitensi; al punto da inserire l’overdose tra le prime cause di decesso negli USA, per persone con meno di 50 anni.

Oltre al copione, la regia e la fotografia sono due punti notevolissimi della pellicola; così come lo sono – inutile dirlo – i due attori principali: uno Steve Carell con il malessere visibile nello sguardo – e in quella che potrebbe essere la sua migliore interpretazione, finora – e il giovane prodigio di “Chiamami Col Tuo Nome” (2017), Timothée Chalamet; che, con la sua straordinaria mimica facciale ed espressività, regala una performance ancora più impressiva, forse, rispetto a quella del dramma sentimentale di Luca Guadagnino.

Beautiful Boy” – spoglio di una colonna sonora originale, ma arricchito da una multiforme e memorabile soundtrack; selezionata, accuratamente, dall’autore – è un’escalation di emozioni, che giunge il suo picco in una parte finale magistrale e al cardiopalma. Con il sottofondo musicale di una sinfonia poderosa di Henryk Górecki – inserita, in parte, da Terrence Malick, nel suo capolavoro “The Tree of Life” (2011) – arriviamo al devastante epilogo – segnato dall’addio e la commemorazione di una madre verso la figlia defunta – di un film profondamente drammatico e, a tratti, angosciante; ma pregno di totale sentimento e umanità. A produrre un lungometraggio da che entra, di diritto, tra i migliori titoli in lingua inglese rilasciati in Italia nel 2019 – e, immeritatamente, ignorato agli Academy Awards – sono, non a caso, nomi blasonati del calibro di Brad Pitt (“12 Anni Schiavo” (2013)), Dede Gardner (“The Tree of Life“) e Jeremy Kleiner (“Moonlight” (2016)).

 

 

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